La mela annurca IGP. Caravaggio la dipinse nella sua “Canestra di frutta”

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Mele annurche biologiche, provenienza Agerola (NA)

La mela annurca IGP è una varietà tipica campana. Antichissima, raffigurata già a Pompei ed Ercolano negli affreschi, conosciuta da Plinio il Vecchio come “mala orcula”, nel XVI prese la denominazione in volgare dal “Pomarium” di Gian Battista della Porta di mela orcola, ovvero di mela tipica di Pozzuoli che cresceva intorno al lago di Averno (l’ingresso agli Inferi). Poi nel XIX secolo da “annorcola” e “anorcola” si denominò “annurca” nel Manuale di Arboricoltura di G.A. Pasquale. 

E’ una mela tipicamente originaria del napoletano (area flegrea) ma poi la sua coltivazione si è estesa anche nel casertano (Maddaloni, Aversa, Teano), nel beneventano (Valli Caudina, Telesina, Taburno) e nel salernitano (Monti Picentini, Valle dell’Irno). Possiede numerose proprietà organolettiche e nutritive, a cui si associano ottime qualità terapeutiche ed antiossidanti. La polpa è bianca e si caratterizza per una accentuata acidità e croccantezza, esternamente è rossa con striature tendenti al giallo-verde, rotondeggiante, asimmetrica, di piccole dimensioni arriva a pesare circa 100 gr. La raccolta avviene a metà settembre e la maturazione termina nei cosiddetti “melai”, dove le mele disposte in fila sul terreno ricoperto da canapa, aghi di pino o materiale vegetale, in modo da evitare ristagni idrici, rigirate di continuo, assumono la caratteristica colorazione e raggiungono quella tipicità che non possiede nessun altra mela sul mercato.

Michelangelo Merisi da Caravaggio, Canestra di frutta, 1599, Pinacoteca Ambrosiana
Michelangelo Merisi da Caravaggio, Canestra di frutta, 1599, Pinacoteca Ambrosiana

L’artista di fama universale Michelangelo Merisi detto Caravaggio, nella sua Canestra di frutta del 1599, conservata alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano, dipinse proprio una stupenda mela annurca, persino bacata. Anticipatore del genere “natura morta”, Caravaggio riesce a dare dignità ad una canestra fatta di vimini intrecciati tra loro e a della banalissima frutta, apparentemente fresca, ma che ad un’analisi più attenta nasconde molteplici imperfezioni tipiche dell’appassimento e del rinsecchimento.

Riuscendo a creare una certa tridimensionalità all’interno del dipinto, data dal gioco di luci e ombre, la mela viene fuori in primo piano assieme a pere mantovane, uva moscato bianco, uva nera, fichi tardivi e foglie, frutta tipicamente autunnale. Ora siccome il dipinto fu commissionato a Caravaggio dal Cardinal Francesco Maria del Monte, suo protettore nel periodo romano, per poi regalarlo al Cardinale Federico Borromeo, la mela annurca di sicuro era conosciuta a Roma e anche in ambito ecclesiastico. Infatti Caravaggio con molta probabilità dipinse il quadro in periodo autunnale, usando la frutta che aveva a disposizione in quel momento.

La grandiosità del pittore è nella sua forte capacità di sintesi che trasferisce in ogni particolare della natura morta. Caravaggio specificò che “tanta manifattura gli era fare un quadro buono di fiori come di figura“, mettendo sullo stesso piano soggetti sacri, mitologici e oggetti. Rivoluzionò la pittura, introducendo spesso nelle tele brani di vita comune, nuovi soggetti per contatto immediato del vero, l’illuminazione laterale e dall’alto che dava sostanza alle forme con effetti di crudo e popolaresco realismo.

Annamaria Parlato

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