Il 12 settembre il Caruso, Belmond Hotel di Ravello, ha chiuso la stagione di Agorà con oltre venti produttori, una grande tavola firmata dalla cucina dell’hotel, il coro di Koreie e l’osservazione di Saturno nei Giardini Wagner. Una serata nella quale il territorio è stato raccontato attraverso il gusto, la musica e il cielo.

A Ravello la Dieta Mediterranea ha avuto il sapore concreto dei prodotti arrivati dalle aziende, la voce delle donne del coro di Koreie e, quando il cielo si è fatto abbastanza scuro, la luce lontanissima di Saturno. È stata questa la cifra dell’ultima Agorà della stagione, andata in scena il 12 settembre al Caruso, Belmond Hotel, dove oltre venti produttori hanno portato nei Giardini Wagner un’Italia rurale, artigiana e gastronomica fatta di piccoli trasformatori, agricoltori, viticoltori e custodi di tradizioni.
L’elenco delle aziende presenti ha restituito una geografia particolarmente ricca: Azienda Agricola Maida, Azienda Agricola Marco Rizzo, Funicchito Opere dal Cilento, Piccolo Salumificio di Gioi Cilento, Azienda Agricola Michele Ferrante, Azienda Agricola Le Formichelle, Nettuno Prodotti Ittici Conservati, Alici di Menaica di Donatella Marino, Azienda Agricola Biologica Sole di Cajani, Hera nei Campi, I Segreti di Diano Sapori Colti, Marisa Cuomo, Tesori del Matese, Caseificio Aurora, Azienda Vinicola San Francesco, Azienda Agricola Francesca Scairato, Associazione Cipolla di Vatolla, Azienda Agricola Biohope, Azienda Vinicola Teresa Mincione, Viticoltori De Conciliis, Vini Mastroberardino, Santoro Salumi d’Eccellenza, Biancometa, Matese Officinali, Oyster Oasis e Azienda Agricola Adolfo Grimaldi.


Realtà differenti per dimensione, produzione e provenienza, ma accomunate dalla stessa necessità: far parlare il territorio attraverso ciò che si produce. E se Agorà ha avuto una piazza, quella piazza è stata soprattutto gastronomica. I banchi dei produttori all’interno delle casette.di legno illuminate da lucine hanno messo insieme il mare e la montagna, i salumi e le conserve ittiche, i prodotti agricoli, i formaggi, i vini e le erbe officinali, componendo una sorta di atlante commestibile del Mezzogiorno. La cucina del Caruso, guidata dallo chef Armando Aristarco, ha raccolto questa materia prima e l’ha trasformata in un percorso di assaggi nel quale la tradizione è stata riletta con misura e precisione. I finger hanno raccontato il Mediterraneo già al primo morso: il cuoppo di alici di Cetara ha portato nel piatto la sapidità e il profumo del mare, in una preparazione immediata e conviviale, quella stessa che appartiene alla cultura dello street food campano; poi è arrivato un tris di primi che ha condensato tre modi diversi di intendere la cucina mediterranea. Il farro e fagioli ha giocato sulla dimensione rustica e avvolgente dei legumi, il riso al pomodoro ha riportato alla memoria uno dei sapori più elementari e identitari della cucina italiana, mentre i cavatelli con patate e cozze hanno messo insieme terra e mare, la cremosità della patata e la nota salina del mollusco. Tre assaggi capaci di raccontare quanto possa essere articolata una cucina fondata su ingredienti poveri e riconoscibili. E poi il finale, quello che ha conquistato anche chi aveva già assaggiato tutto: una graffa calda, appena servita, con il suo impasto morbido e fragrante e una generosa crema di nocciolata bianca, dolce, vellutata e profumata. Un boccone che ha riportato la serata alla dimensione più istintiva della convivialità: quella in cui si aspetta il dolce, lo si prende ancora caldo e ci si concede un ultimo assaggio prima di tornare a passeggiare tra i giardini.
Dietro questa successione di sapori c’è stato il lavoro della brigata del Caruso, chiamata a gestire una serata complessa senza perdere ritmo e precisione. La cucina ha avuto il compito di valorizzare materie prime provenienti da produttori diversi, mantenendo riconoscibili gli ingredienti e trasformando la degustazione in un racconto coerente. È stato uno dei punti di forza dell’evento e ha confermato quanto il rapporto tra produttore e cucina possa diventare determinante quando si vuole raccontare realmente un territorio. A rendere possibile questa macchina organizzativa sono state anche la General Manager Iolanda Mansi, alla quale è andato il ringraziamento per l’ottimo coordinamento, e la dottoressa Emilia Filocamo, Event & Communication Manager, che ha seguito la costruzione dell’evento e il raccordo tra le diverse anime della serata. Ma Agorà non si è fermata alla gastronomia.

La scena poi è passata alle donne del coro di Koreie. Accompagnate dalla fisarmonica di Antonella Monetti, in arte Dolores Melodia, le coriste hanno cantato Tammurriata nera e ’O Sarracino, coinvolgendo gli ospiti e trasformando per qualche minuto la degustazione in una festa collettiva. La presidente dell’Associazione Le Kassandre, Marianna Hasson, ha riportato l’attenzione sul significato del progetto, nato nel contrasto alla violenza di genere e sostenuto dalla Fondazione Alta Mane Italia. Il canto è diventato così uno strumento di espressione e di riscatto, ma anche un modo per tornare a stare insieme e occupare uno spazio pubblico con la propria voce. Quelle donne hanno cantato, ballato, sorriso e trascinato il pubblico, mostrando come l’arte possa diventare parte di un percorso di rinascita senza cancellare ciò che è stato.

Poi è arrivato il momento dedicato agli astri e all’universo con i suoi misteri ancora da svelare. Nei Giardini Wagner gli astrodivulgatori di AstroCampania, Giuseppe Ruggiero e Simeone Pendolo, con il supporto del presidente Massimo Corbisiero, hanno preparato il pubblico all’osservazione astronomica. L’attesa si è concentrata soprattutto su Saturno, mentre la luce della sera lasciava lentamente spazio al buio necessario per distinguere gli oggetti celesti. Ruggiero ha spiegato al pubblico che sarebbe stato necessario aspettare ancora un po’, poi la ricerca è cominciata. Saturno, con i suoi anelli, è diventato il protagonista di una seconda degustazione, questa volta riservata agli occhi. Dopo aver assaggiato la terra e il mare attraverso i prodotti e i piatti della cucina, gli ospiti hanno rivolto lo sguardo verso qualcosa di lontanissimo. Sono stati cercati anche la Galassia di Andromeda e la Nebulosa Velo, resto di una supernova nella costellazione del Cigno. È stato un passaggio quasi naturale: la Dieta Mediterranea ha raccontato ciò che l’uomo ha saputo coltivare, raccogliere, trasformare e condividere; il cielo ha ricordato invece quanto grande sia il mondo che esiste oltre la nostra tavola. E proprio Saturno, così lontano eppure visibile attraverso un telescopio, ha dato alla serata una prospettiva diversa. Ma quando gli ultimi assaggi sono finiti e lo sguardo è rimasto come ipnotizzato rivolto verso il cielo, è sembrato quasi che quella tavola non fosse affatto terminata: si era semplicemente allargata fino a comprendere anche le stelle.

