
DI EMILIA FILOCAMO. Considero questa intervista, nata forse un po’ per caso, come spesso accade per le cose più belle ed interessanti, una sorta di macchina del tempo che mi riporta indietro. Ad una passione, quella per l’enogastronomia e per gli eventi legati al settore, che mi ha sempre abitata, che mi ha portato a scrivere tanto, a conoscere decine e decine di produttori stimati, appassionati, capaci e talentuosi. Solo che questa passione, che per un po’ è stata accantonata con una pausa non di disamore ma di necessario distacco, stavolta ” spancia” in una direzione diversa, soprattutto geografica. Smesse le colline e i filari della mia regione, della Campania, messi da parte contrafforti che conosco bene, che mi sono dentro per nascita, per vocazione e per amore, la mia bussola si sposta in alto, in Veneto, tra i Colli Euganei, territorio in cui la produzione dei prosecchi non è soltanto tradizione, passaparola familiare, generazionale, ma soprattutto istinto, pelle, cuore, anima. Nasce proprio così l’intervista a Cristina De Giusti, AD della D.M.C srl di San Vendemiano, in provincia di Treviso.
Domanda quasi scontata: l’esito dell’ultimo Vinitaly, conclusosi pochi giorni fa. Non solo nuove tendenze ma anche quale tipo di consapevolezza c’è adesso nei fruitori, estimatori e nei produttori? L’ultima edizione di Vinitaly si è rivelata più positiva di quanto ci aspettassimo. In un momento caratterizzato da grande attenzione verso l’andamento del mercato e le sue evoluzioni, nulla era scontato. In fiera si concentra in pochi giorni, praticamente, il lavoro di un anno.Oggi, sia gli estimatori sia i produttori dimostrano una crescente consapevolezza nelle proprie scelte: la selezione e la qualità sono diventate priorità condivise. Sono le caratteristiche intrinseche su cui puntiamo, e che permettono al nostro prodotto di essere riconosciuto e apprezzato. L’eccellenza per noi è un tratto distintivo imprescindibile.Tra le tendenze emergenti, si distingue NOA, De Giusti No Alcohol: uno spumante analcolico ottenuto da uve a bacca bianca rigorosamente selezionate, successivamente dealcolizzato totalmente, attraverso una tecnica che ne preserva i profumi e la freschezza gustativa.
Il territorio su cui insiste la vostra azienda è notoriamente culla di prosecchi e vocato a questa tradizione da sempre. In che modo la vostra azienda si differisce o esalta ulteriormente la tradizione? Il nostro territorio è profondamente legato alla tradizione del Prosecco, e proprio per questo sentiamo una forte responsabilità nel custodirla e valorizzarla. Non rompiamo con la tradizione per distinguerci ma piuttosto la esaltiamo. È dentro questa relazione attenta che il nostro progetto trova senso e direzione.Lavoriamo sulla selezione accurata delle uve e su processi produttivi rispettando l’identità locale, introducendo innovazioni che preservino e amplifichino le caratteristiche originarie del prodotto. Un equilibrio tra radici e visione, dove la qualità resta il punto fermo. Interpretiamo la tradizione non come un limite, ma come costruzione, un’espressione autentica e riconoscibile del nostro Prosecco.
Le tre regole base per un buon prosecco? Faccio una premessa dicendo che: Prosecco De Giusti, segue le regole della vinificazione in bianco come vuole la tradizione della prima Scuola Enologica d’Italia, che ha dato i natali alla miglior forma di vitivinicoltura. La sua particolarità è l’assenza di macerazione, cioè del contatto tra mosto e bucce durante la fase di fermentazione alcolica.Le tre regole fondamentali per un buon Prosecco? Sono prima di tutto, la qualità della materia prima, uve selezionate provenienti da un territorio vocato.La seconda è certamente il rispetto del processo produttivo, che deve valorizzare l’identità del vino senza snaturarne freschezza, profumi ed equilibrio. Infine, la coerenza stilistica: un buon Prosecco deve essere riconoscibile, pulito, elegante, capace di esprimere al meglio il proprio carattere in ogni bottiglia.
Il territorio, una cultura familiare che fa da importante retaggio: quanto questi aspetti supportano la produzione e in quale percentuale?Direi fondamentali entrambi, il territorio e la cultura familiare non sono semplicemente un supporto alla produzione, ma ne rappresentano il fulcro. Più che parlare di percentuali, si tratta di un equilibrio inscindibile: da un lato la terra, con le sue caratteristiche uniche, dall’altro l’esperienza, la sensibilità, la cura e la passione. Per la nostra famiglia, il desiderio di creare bollicine non è mai stato solo un obiettivo produttivo, ma un modo di interpretare il potenziale locale.Non a caso, abbiamo scelto di intraprendere la “Via del Prosecco”, con un’attività nata a livello amatoriale e trasformatasi gradualmente in una produzione di rilievo. Familiarità che guida le scelte quotidiane, dalla vigna alla cantina, mantenendo uno sguardo coerente, mentre il territorio imprime al prodotto la sua identità più profonda. È dall’incontro di questi elementi, radici solide e visione, che nasce un vino capace di raccontare una storia precisa, riconoscibile e fedele alle proprie origini.
Progetti a cui sta puntando l’azienda? Guardiamo al futuro con un approccio selettivo e qualitativo. I progetti su cui stiamo puntando riguardano, in primis, il consolidamento della nostra identità, attraverso una produzione sempre più attenta e riconoscibile. Parallelamente, investiamo nell’innovazione, sia in termini di processo sia di prodotto, come dimostra lo sviluppo di nuove referenze capaci di intercettare le evoluzioni del mercato, tra queste, il segmento no alcohol, che rappresenta una direzione sempre più rilevante. Un altro ambito centrale è la valorizzazione della terra: l’esplorazione e selezione di aree vocate, per garantire nuove sfumature di eccellenza. Siamo sensibili anche alla comunicazione e al posizionamento del brand, per rafforzare la nostra presenza sui mercati e costruire un dialogo sempre più consapevole e responsabile con il consumatore.
Se potesse raccontare la storia dell’azienda, i vari periodi, i momenti salienti della stessa utilizzando i prodotti, quali sarebbero appunto le bottiglie scelte e perché? Raccontare la storia dell’azienda attraverso le bottiglie significa ripercorrere le tappe di un’evoluzione che parte da una passione vera e arriva a una visione definita. Il primo capitolo è rappresentato dal Prosecco Conegliano Valdobbiadene DOCG: è l’espressione delle nostre radici, il legame più diretto con una tradizione che abbiamo scelto di custodire e continuare. A seguire, il Fior d’Arancio Colli Euganei DOCG, racconta l’apertura e la volontà di esplorare nuovi territori d’eccellenza. È il simbolo di una crescita consapevole, che amplia l’orizzonte senza perdere coerenza, portando con sé un patrimonio di conoscenze e sensibilità. Infine, le Bollicine No Alcohol rappresentano il presente e, in parte, il futuro: una risposta concreta ai cambiamenti nei consumi e agli stili di vita contemporanei. È l’espressione di una ricerca continua, capace di innovare senza rinunciare alla qualità e all’identità.Tre bottiglie, quindi, che non sono solo prodotti, ma capitoli della nostra storia: radici, evoluzione e visione.
Domani brinderete a? Brinderemo alla next generation, con l’auspicio che questo progetto, così profondamente sentito, possa continuare a vivere e crescere all’interno della famiglia.È un percorso costruito con passione, dedizione e visione, e l’idea che possa essere raccolto e vissuto dalle nuove generazioni rappresenta il traguardo più bello. Perché il futuro, per noi, è prima di tutto continuità.
Sono le ultime battute di un’intervista che continua a essere una macchina del tempo: ha riportato me ad una vecchia passione, mai sopita, e, nel contempo, parla di futuro, di continuità e di nuove generazioni che giocano con innesti di tradizione, passione, esempio e territorio.
