Quando la Carne diventa quadro. Le interpretazioni di Carracci, Rembrandt, Soutine, Lichtenstein

La carne è uno degli alimenti più utilizzati in cucina e dagli chef. Anche gli artisti durante il corso dei secoli l’hanno immortalata in pittura, dandone diverse interpretazioni. I vegetariani e i vegani non accetteranno questi discorsi e le immagini che seguiranno, ma nel corso dei secoli i pittori si sono molto interessati al soggetto del bue macellato, un tema ricorrente. In effetti quando guardiamo la carne e la mangiamo è come se stessimo mangiando e vedendo la morte. E’ una sensazione molto primitiva che ci aiuta a capire che siamo fatti di carne anche noi, la stessa filosofia che c’è dietro le opere di Damien Hirst, nei suoi animali imbalsamati o addirittura in Fransis Bacon che ammise di voler ritrarre soggetti che colpissero il sistema nervoso.

Partendo dall’analisi dell’opera di Annibale Carracci, peraltro di grandi dimensioni,  “La bottega del macellaio” del 1585, si nota perfettamente l’intenzione dell’artista di voler rappresentare una pittura realistica di genere alla maniera fiamminga, una scena quotidiana di vita di bottega, quasi una cronistoria, dove al centro della composizione vi è un macellaio, forse il titolare, che anche se di bassa estrazione sociale, viene messo in primo piano con i suoi animali squartati, la stadera  e i garzoni che lo aiutano nelle faccende quotidiane. Gli unici personaggi estranei alla composizione sono una figura di vecchia e una guardia svizzera, che potrebbero essere o dei clienti o delle figure satiriche, riferite alla proibizione del Cardinale Paleotti di far consumare carne a Bologna durante la Quaresima.

Annibale Carracci La bottega del macellaio
Annibale Carracci, La bottega del macellaio, 1585 c., olio su tela, cm. 185×266, Christ Church, Oxford

Nell’olandese Rembrandt invece il discorso cambia completamente. L’artista nato a Leida nel 1606, prendendo sempre ispirazione dalla pittura di genere, ne modificò completamente il significato, eliminando l’essere umano in sé e concentrandosi sull’animale nudo e crudo, che diventò in questo caso il protagonista assoluto della tela. Il suo “Bue macellato” del 1655 è una composizione molto forte, insolita per l’epoca, che influenzò molti artisti poi nel corso degli anni. La carne domina ed è protagonista. Rembrandt dipinse il quadro in un momento difficile della sua vita, quando da poco morì sua moglie e si ritrovò improvvisamente in bancarotta. Non lo mise in vendita, come fece per altri quadri, forse perché vi si rispecchiò totalmente in esso, tanta era l’angoscia che sprigionava. Il bue sembra quasi alludere ad un’iconografia cristiana, a Gesù crocifisso. Con crudo realismo egli riuscì a trovare un escamotage per evitare di incappare in questioni di tipo politico, che allora vigevano ad Amsterdam circa le raffigurazioni di soggetti sacri, dettate dalla Riforma protestante. Il bue macellato di Rembrandt è la morte stessa dentro la vita, una forte presenza avvilente.

Rembrandt Bue macellato
Rembrandt van Rijn, Bue Macellato, 1655, olio su tavola, cm. 94×69, Louvre, Parigi

Chaïm Soutine, pittore russo vissuto in Francia, nel 1925 dipinse il “Bue scuoiato”, di cui vi furono quattro versioni. Espressionista, cercò nell’arte una propria strada, avendo come forti punti di riferimento Chagall e Modigliani. Come in un vero e proprio sacrificio dove le lame sono i pennelli, il suo dipinto urla dolore, provocazione e si fa dramma collettivo. Tutte le angosce umane vengono trasferite dall’artista nella tela e il colore, così acceso, è spia di un male cosmico che divora tutto e tutti. L’artista che in quel periodo visse a Parigi, ebbe la sua casa in un quartiere pieno di mattatoi, che gli diedero la giusta ispirazione. Forse si disse che portò direttamente nel suo appartamento l’animale sventrato, che lo irrorasse di sangue fresco per ravvivarne il colore ormai pallido e che la gendarmeria dovette intervenire per sequestrare l’orrore proveniente dalla sua abitazione, che iniziò ad emanare cattivissimi odori.

Soutine bue squartato
Chaïm Soutine, Il bue scuoiato, 1925, olio su tela, cm. 114×202, Musée de Peinture et de Sculpture, Grenoble

Per chiudere la breve carrellata sul topos figurativo della carne, cito l’opera “Meat” di Roy Lichtenstein del 1962, grande esponente con Andy Wahrol della Pop-Art. In questo caso la carne come da cartellone pubblicitario, viene già sezionata e disposta su di un piatto, rappresentando un simbolo del consumismo e dell’industrializzazione americana degli anni ’60. La carne qui rappresentata quale derivato alimentare, già preconfezionata e fumettizzata, è una geniale trovata per alleggerire e sdrammatizzare il messaggio subliminale della morte sotteso alla stessa.

Lichtenstein meat
Roy Lichtenstein, Meat, 1962, acrilico su tela, cm. 59×54, Collezione privata

Tante chiavi di lettura e numerosi modi di rappresentare la carne, prerogativa nella storia dei ceti abbienti, simbolo di potere, di vita ma soprattutto di morte e di disagio esistenziale.

Annamaria Parlato

 

 

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