Una serata sospesa tra il mito di Dioniso e il presente, in cui grandi vini, cucina campana e testimonianze di rinascita hanno dato voce alla forza femminile insieme all’Associazione Le Kassandre
«Ἔρχεται δ᾽ ὁ Διθύραμβος…»
“E giunge il Ditirambo…”
Nell’antica Grecia questa parola evocava il canto dedicato a Dioniso, il dio del vino, della natura che rinasce, della trasformazione e dell’ebbrezza intesa non come semplice evasione, ma come apertura verso una dimensione più profonda dell’esistenza. Il ditirambo è stato molto più di un inno religioso: è stato un rito collettivo in cui poesia, musica, danza e partecipazione si sono unite in un’unica esperienza emotiva.
Da quel canto corale è nata la tragedia greca. Prima ancora del teatro, infatti, c’è stato il coro: una comunità di voci che ha raccontato il rapporto fragile e meraviglioso tra l’uomo, gli dei e il destino.
Il ditirambo ha rappresentato il momento in cui una comunità si è riunita per celebrare, ricordare e condividere. Ed è proprio questo il significato più profondo che, secoli dopo, ha ritrovato la Ditirambo Night del Caruso, A Belmond Hotel di Ravello: un incontro in cui il vino, la cucina, il territorio e le persone sono diventati parti di un unico racconto.
I poeti greci hanno affidato alla parola il compito di custodire la memoria. Simonide, nei frammenti giunti fino a noi, ha ricordato il valore della poesia come strumento capace di sottrarre uomini e imprese all’oblio: celebrare significava dare dignità alle storie, conservare ciò che meritava di essere tramandato.
Ma è soprattutto con Pindaro, uno dei più grandi interpreti della lirica corale greca, che il ditirambo ha raggiunto una dimensione altissima. Dei suoi ditirambi sono rimasti soltanto frammenti, ma in essi è ancora viva l’immagine potente del canto che scuote l’animo:
ἔρχεται δ᾽ ὁ Διθύραμβος, βρομίαις ὑπὸ καρδίαις
“E giunge il Ditirambo, e i fragori dei timpani scuotono il cuore.”
È un’immagine che sembra descrivere perfettamente ciò che è accaduto al Caruso: un’emozione collettiva capace di attraversare il cuore, un canto fatto non soltanto di parole, ma di gesti, incontri e storie.
Perché il ditirambo non è mai stato un semplice brindisi. È stato un rito. È stato il momento in cui una comunità si è riconosciuta attraverso ciò che aveva da raccontare. Ed è proprio per questo che il nome della rassegna non è apparso casuale. La Ditirambo Night ha riportato nel presente quello spirito antico: la convivialità come forma di cultura, il vino come racconto del territorio, la tavola come luogo d’incontro e la celebrazione come atto di memoria. Il 22 luglio, nella terrazza sospesa sulla Costiera Amalfitana, quel canto antico si è trasformato in una voce contemporanea dedicata alle donne.
La quarta edizione della serata, intitolata “Chi dice Donna dice Dono”, è stata sicuramente un’esperienza enogastronomica di alto livello, ma anche un viaggio nelle infinite declinazioni del femminile: una forza capace di generare, custodire e tramandare, di costruire bellezza e futuro, di proteggere ciò che conta e di trasformare il dolore in consapevolezza e rinascita.
Esistono infatti luoghi capaci di inebriare lo sguardo e luoghi capaci di nutrire l’anima. Raramente questi due aspetti sono riusciti a convivere nello stesso istante. Al Caruso è accaduto. Mentre il sole è sceso lentamente dietro il profilo della Costiera Amalfitana e la piscina a sfioro si è confusa con l’orizzonte del Mediterraneo, la bellezza del paesaggio si è intrecciata con una bellezza ancora più profonda: quella delle storie delle donne che hanno scelto di raccontarsi e di sostenere altre donne. La serata è iniziata con un momento di ascolto e consapevolezza. Prima ancora che la tavola diventasse protagonista, il Caruso ha scelto di dare spazio alla voce dell’Associazione Le Kassandre, realtà nata a Ponticelli impegnata ogni giorno nell’accoglienza e nel sostegno alle donne vittime di violenza. Sul grande schermo sono state proiettate le immagini dello spettacolo realizzato dall’associazione insieme alle donne sopravvissute alla violenza. Nessuna spettacolarizzazione del dolore, ma solo verità, memoria e rinascita. La presidente Marianna Hasson, insieme ad Alessia, Stella e Irene, ha raccontato un lavoro fatto di ascolto, assistenza e percorsi di ricostruzione personale. Il nome dell’associazione, ispirato a Cassandra, la figura mitologica condannata a dire la verità senza essere creduta, è diventato una metafora potente per tutte quelle donne che troppo spesso non vengono ascoltate quando chiedono aiuto. Le immagini hanno raccontato storie di controllo, isolamento e paura, ma anche la forza di chi è riuscita a riprendere in mano la propria vita.
Quando il video è terminato, nella terrazza del Caruso è calato un silenzio profondo.
Poi è arrivato un applauso spontaneo.
Non per uno spettacolo.
Per il coraggio.
Ed è stato proprio in quel momento che il senso della serata è diventato evidente: la bellezza, quando è autentica, non può limitarsi a essere contemplata. Deve diventare responsabilità, attenzione, possibilità di cambiamento. Dopo quel momento di forte intensità emotiva, tutto ha ritrovato il suo spirito conviviale, proprio come nell’antico ditirambo, quando il canto e il banchetto diventavano strumenti per unire una comunità.
La tavola è diventata così il luogo del racconto.
Il profumo del mare si è unito a quello dei grandi vini campani, mentre la cucina d’autore ha dialogato con le storie di chi ogni giorno coltiva la terra, produce e custodisce tradizioni. La serata è stata interamente declinata al femminile, a partire dalle protagoniste del vino. È stata presente Marisa Cuomo, accompagnata dalla figlia Dorotea, che ha raccontato la storia di quella vigna ricevuta in dono dal marito Andrea Ferraioli, gesto d’amore da cui è nata una delle esperienze più straordinarie della viticoltura eroica italiana. È stata presente Teresa Mincione, che ha lasciato la professione di avvocato per scegliere la campagna e dedicarsi al Pallagrello Bianco. È stata presente Francesca Scairato, giovane produttrice cilentana capace di raccontare attraverso il suo passito l’anima autentica di Castel San Lorenzo. Ed è stata presente Paola De Conciliis, insieme a Giovanni Tanu, custode di una storia imprenditoriale che ha scritto pagine importanti dell’enologia campana. Le produttrici non hanno raccontato soltanto i loro vini, ma le loro vite. Famiglie, sacrifici, intuizioni e cambiamenti sono diventati parte della degustazione. Ogni calice è diventato una memoria liquida, proprio come il vino nei banchetti dedicati a Dioniso. Il percorso è stato accompagnato dai referenti AIS Campania per la Costa d’Amalfi, Antonio Amato e Antonio D’Oro, che hanno guidato gli ospiti attraverso territori e storie racchiusi nei vini.
Anche il menu dell’Executive Chef Armando Aristarco, affiancato dal Sous Chef Christian Di Sario, ha seguito lo stesso filo narrativo: quello della memoria.
La cena è iniziata con una parmigiana, simbolo della cucina domestica campana, accompagnata dal Pallagrello Bianco di Teresa Mincione.
Poi sono arrivati i due grandi protagonisti della tradizione cilentana: i Fusilli di Gioi ai frutti di mare e i Fusilli di Felitto al ragù di braciola napoletana. Due formati, quadrati alle estremità, nati dallo stesso gesto antico del ferretto, ma capaci di raccontare due identità diverse. I Fusilli di Gioi hanno mantenuto una forma più corta, compatta e avvolgente, pensata per trattenere il condimento. Il loro impasto ha previsto meno uova e una piccola aggiunta di olio extravergine di oliva, che ha contribuito a donare elasticità e una consistenza particolare alla pasta. I Fusilli di Felitto, invece, si sono distinti per la loro lunghezza maggiore e per una struttura più slanciata. Nell’impasto è stata utilizzata una quantità maggiore di uova, mentre l’olio extravergine è stato aggiunto alla fine, utilizzato per ungere il panetto prima della lavorazione e facilitare il gesto manuale necessario alla realizzazione del formato. Due interpretazioni della stessa tradizione, due territori che hanno parlato attraverso la pasta. I primi hanno celebrato l’incontro tra Cilento e Costiera Amalfitana e sono stati accompagnati dal Costa d’Amalfi Rosato di Marisa Cuomo, mentre i secondi, con il ragù di braciola napoletana, sono stati valorizzati dal Baciocielo Aglianico di De Conciliis. Il vero filo conduttore sono state però le mani: quelle delle donne che hanno custodito gesti antichi. Carmelina, Carla, Paula e Laura hanno trasformato un impasto in patrimonio culturale, accompagnate dal sindaco di Gioi Maria Teresa Scarpa, dal sindaco di Felitto Giuseppe Scorza e da Daniele D’Urso, titolare del forno Gioie di Pane. A chiudere il percorso è stata la delicata Ricotta e Pera, accompagnata dal Paestum Curato di Scairato.
La Ditirambo Night del Caruso è stata quindi un canto collettivo.
Come nell’antica Grecia, una comunità si è ritrovata per celebrare qualcosa che andava oltre il piacere: la memoria, il valore delle persone, la forza delle storie. Il Caruso ha scelto di sostenere concretamente Le Kassandre, dimostrando come l’ospitalità possa trasformarsi in impegno civile e come il lusso, quando è autentico, possa diventare anche responsabilità. Perché il significato più profondo della parola dono è proprio questo: condividere il proprio talento, il proprio tempo, la propria esperienza. Tendere una mano. Trasformare il dolore in possibilità.
E mentre Ravello è tornata lentamente al suo silenzio, tra il profumo del mare e gli ultimi riflessi della sera, il ditirambo ha continuato idealmente il suo canto.
Un canto fatto di donne, vino, memoria e speranza.
Perché fino a quando ci saranno donne capaci di stringersi l’una all’altra, condividere sogni, costruire progetti e rialzarsi insieme, la violenza non avrà mai l’ultima parola.


















