La famiglia Isaia: un filo generazionale che tiene insieme valore e visione

Cucire e cucinare: due verbi che sembrano tenersi per mano. Condividono le stesse lettere, lo stesso suono morbido, la stessa radice etimologica e umana. Entrambi raccontano gesti antichi, tramandati, precisi ma creativi. Entrambi nascono dalle mani e arrivano al cuore. E se uno cuce stoffe, l’altro cuce sapori; se uno unisce lembi, l’altro amalgama ingredienti. Ma c’è di più: entrambi uniscono persone, rammendano strappi, raccontano storie.
Lo ha dimostrato in pieno Cucinapoli, l’evento andato in scena domenica 20 luglio negli incantati Giardini Wagner dell’hotel Caruso, a Ravello. Una serata elegante e intensa, già ampiamente raccontata da chi c’era, ma che continua a vibrare sotto pelle per chi ha saputo ascoltarla davvero. Perché oltre il menù stellato, oltre gli ospiti celebri, oltre il panorama mozzafiato, c’era un gioco che è diventato rito, e poi rivelazione: il gioco tra cucina e cucito.

La serata è stata un intreccio perfetto tra eccellenze enogastronomiche e impegno sociale. Merito della famiglia Isaia, capace di cucire impresa, stile e responsabilità con la stessa raffinatezza con cui si realizza un abito su misura. A prendere la parola, con eleganza e visione, è stato Gianluca Isaia, Presidente della Fondazione, seguito da Tommaso D’Alterio, Direttore Generale, mente lucida e appassionata del progetto, e da Massimiliano Isaia, anima enogastronomica dell’iniziativa, che ha raccontato con emozione e semplicità la genesi e gli obiettivi della serata. Il loro è un lavoro di squadra, di famiglia e di comunità, che unisce idealmente il filo di ogni azione con lo stesso garbo con cui si rifinisce un bordo invisibile ma essenziale.
A cucire, letteralmente, le giacche degli chef protagonisti della serata sono stati i detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, grazie a un progetto della Fondazione Isaia. E già questo basterebbe a dire tutto. In quelle cuciture c’era dignità, lavoro, possibilità, una seconda chance ricamata con cura. La voce emozionata del direttore Donatella Rotundo ha interrotto il vento serale, lasciando a bocca aperta e cuore spalancato. “I miei detenuti”, ha detto con tenerezza – e in quel possessivo si è compiuto un piccolo miracolo linguistico e umano.

Se cucire è prendersi cura, cucinare è accogliere. Due gesti paralleli, quasi materni. Lo ha dimostrato con grazia e padronanza Iolanda Mansi, General Manager del Caruso, coadiuvata dalla Dott.ssa Emilia Filocamo, capace di essere padrona di casa e anima accogliente con la naturalezza di chi è nata e cresciuta tra quelle terrazze. E poi Lucia Serino, che ha cucito (di nuovo questo verbo) i momenti della serata come si cuce una narrazione armoniosa. Come fanno i grandi giornalisti: collegano fili, danno senso, mettono insieme.

Infine Giovanna Virgilio, instancabile regista silenziosa del progetto Food Atelier, che si muoveva leggera tra tavoli e ospiti come una sarta del gusto, vigilando che ogni dettaglio fosse a posto, che ogni sorriso fosse sincero. Nel frattempo, la cucina era già in fermento. Ma non si trattava solo di fuoco e pentole: erano mani che intrecciavano gesti, proprio come si intrecciano ago e filo. In fondo, uno chef cuce sapori sulla lingua, plasma texture sul palato, ricama emozioni dentro ogni boccone. Così è stato con l’aperitivo d’autore di Armando Aristarco, con i fritti di Pasquale Vitiello, con le creazioni dei tre stellati Domenico Candela, Gennaro Esposito e Oliver Glowig. Tutto tenuto insieme da un altro filo prezioso: il vino, che ha cucito aree diverse della Campania in un solo respiro.

Il percorso gastronomico è stato un ricamo di tecniche e radici, unendo chef, territori, vignaioli e pasticcieri in una sola narrazione di gusto e senso.
Aperitivo firmato Armando Aristarco
Una vera sinfonia di colori, acidità bilanciate, ortaggi mediterranei e intuizioni raffinate.
- La ricciola affumicata con albicocca, yogurt e basilico era un piccolo haiku estivo, giocato su note affumicate e dolciastre.
- Lo scampo con funghi, peperoni e cipolla di Vatolla esprimeva una profondità quasi autunnale, mentre
- La tartare di tonno con insalata liquida, olive e capperi era una citazione liquida e marina, tra l’idea del giardino e quella del mare.
- Gamberi e anguria al Campari: un flash anni ’80 in chiave contemporanea, dolce-amaro da manuale.
- La pasta fredda allo scoglio riportava alla memoria le tavole estive familiari, ma con un’esecuzione da alta cucina.
- “Il pomo d’oro”, con carpaccio, tartare e zuppa di pomodoro, era un inno alla Campania solare.
- Le zucchine alla scapece dialogavano con l’ostrica e spuma alle erbe: eleganza e memoria contadina che si tengono per mano.
- Il carpaccio di manzo con provolone del Monaco, tartufo e Aglianico era una sintesi perfetta tra terra, forza, profondità aromatica.

I fritti: il cuoppo della tradizione napoletana
Nel cuore dell’aperitivo, Pasquale Vitiello della Pizzeria Nennella 1930 di Napoli ha portato il cuoppo dei fritti – crocchè, arancino, frittatina di pasta, scagliuozzo di polenta – offrendolo come un pezzo di verità napoletana, intensa, autentica, spontanea. Il cuoppo è simbolo di convivialità urbana: un cono di cartone che unisce materie semplici in un’esperienza strong, gustosa, immediata

Antipasto di Domenico Candela
Il suo “1980”, rivisitazione del cocktail di gamberi, era una stratificazione ironica e affettuosa: gambero crudo, aglio, dragoncello e indivia rossa rugosa. Il risultato? Uno spiazzamento calibrato, perfettamente bilanciato tra nostalgia e innovazione.

Primo piatto di Gennaro Esposito
Un risotto ai peperoni gialli e rossi con polvere di capperi e trippette di baccalà: comfort food di alto rango. I peperoni dolci accarezzavano, i capperi sferzavano, le trippette – morbide, sapide – chiudevano il cerchio con profondità.

Secondo di Oliver Glowig
Il pescato della notte alla brace, servito con lattuga, fagiolini, cipollotti, yogurt di bufala e plancton marino: un piatto raffinato, pulito e tecnico, in cui la brace raccontava l’uomo e il plancton il mare.

I dolci: cuciture di identità e memoria
Tre grandi pasticcerie, tre linguaggi che si completano come ricami su uno stesso tessuto:
- Pepe ha portato un tris di tiramisù (rocher, pistacchio, limone) e una Delizia San Gilio all’arancia: gioco tra note leggermente amare, fresche e confortevoli.
- Pansa ha proposto una Santa Rosa che sapeva di storia e vento di convento, accompagnata da pasta di mandorle, tegole al fondente e scorzette candite. Una bottega di dolcezze colte e autentiche.
- Sal De Riso ha firmato i must della casa Delizia al limone e torta ricotta e pere.

Nel cuore della serata, quando tutto sembrava già perfetto, ecco una sorpresa: Alex Del Piero, accompagnato dalla famiglia, ha preso posto ai tavoli. Nessun annuncio ufficiale, solo un lieve trambusto, una manciata di sguardi increduli, poi l’emozione composta. Essere campioni, in fondo, è anche saper esserci nei momenti giusti, e supportare ciò che conta davvero. Cinque cantine, cinque cuciture tra versanti, alture e storie familiari: Spurtiglione bianco di Monte di Grazia: un bianco sincero, intenso, memoria liquida dei terrazzamenti; Fior d’Uva di Marisa Cuomo: verticale, minerale, profondo; Gioì Blanc de Noir di San Salvatore: brioso, suadente, perfetto con i crudi; Rosato ED di Tenuta San Francesco: elegante, territoriale; Eleusi Passito di Villa Matilde: finale dolce e complesso, suadente con i dessert agrumati.

A fine serata, mentre le luci si sono abbassate, si è tagliato il filo invisibile che ha cucito l’evento. La musica del dj Alfonso Liguori è stata un omaggio alle canzoni italiane che hanno fatto storia: vinili, testi che tutti sanno a memoria, anche i più giovani, atmosfere che collegano il dj ai ricordi dei genitori. Come una sarta che solleva il tessuto dopo l’ultima passata, si osservava il risultato, si sentiva che era andata bene così. Che tutto è stato compiuto. Questo evento esclusivo è stato un esempio di come la creatività manuale si è potuta trasformare in potenza sociale, in gesto che cura, in forma di arte e solidarietà. Cucinare e cucire, oggi, sono atti politici, relazionali, inclusivi. Sono le parole che non si dicono, ma che si sentono addosso o in bocca. Sono azioni che lasciano il segno, che restano cucite nella memoria.

