L’11 giugno, a Ravello, è andato in scena un rito. Un’alchimia notturna di sapori antichi e gesti nuovi. Ma non una cena qualunque. Siamo alla prima delle tre Ditirambo Nights, il progetto che da alcuni anni anima il Caruso Belmond Hotel con appuntamenti in cui la cucina diventa narrazione, mito, performance. L’anno scorso ha raggiunto vette memorabili; quest’anno torna con nuovi incantesimi. Dopo l’11 giugno, altri due appuntamenti già segnati a fuoco in calendario: 2 luglio e 9 agosto.

Quella dell’11 è stata la serata dedicata a tre ingredienti, tre produttori, tre anime del Salernitano unite da un fil rouge fatto di memoria, ardore e visione come in un’orazione misterica.
Pietro D’Elia, portatore del peperone sciuscillone di Teggiano, incarnazione del sole essiccato e dell’entroterra che scricchiola come una sfoglia “arruscata” del cugino lucano “crusco”. Giulio Giordano, ambasciatore della colatura di alici di Cetara, goccia salina che sa di anfore romane e reti stese all’alba. Adolfo Grimaldi, interprete della nocciola di Giffoni, frutto sferico del silenzio dei boschi, dolce come un ricordo d’infanzia. A tessere connessioni fra ospiti, cucina e narrazione c’era Emilia Filocamo, communication manager del Caruso, che ha orchestrato ogni dettaglio con leggerezza e profondità: “Con le Ditirambo Nights vogliamo raccontare una Campania non solo geografica ma emozionale, non la somma di prodotti ma la voce di una cultura viva e interconnessa”. A supervisionare l’intero progetto, la direttrice Iolanda Mansi, anima raffinata del Caruso: “Puntiamo a offrire esperienze che restano, che lasciano tracce. Le Ditirambo Nights sono un modo per raccontare il nostro paesaggio interiore attraverso la cucina e chi la coltiva”. E così, tra il crepitio dello sciuscillone, il sapore salato dell’alici e la dolcezza delle nocciole, questa serata si è fatta racconto vibrante, un capitolo indelebile nella lunga trama sensoriale delle Ditirambo Nights, serata dopo serata, con l’intelligenza del gesto e la poesia della materia.

A orchestrare la sinfonia del gusto, Christian Di Sario, sous chef del Caruso Grill, che ha firmato un menù calibrato con rigore e grazia, trasformando tre soli ingredienti in un’esperienza multisensoriale. L’executive chef Armando Aristarco, quella sera impegnato a “Festa a Vico”, ha lasciato nelle mani fidate del suo secondo una missione compiuta con encomiabile maestria.
Il viaggio è cominciato con un antipasto di alici marinate, adagiato su una maionese di nocciole e impreziosito da chips di patate sottili come pergamene croccanti. È proseguito con un risotto sontuoso, in equilibrio perfetto tra il dolce-fumé del peperone crusco, la sapidità dell’alici, e il fondo gentile della nocciola. Come secondo, un’ode al riuso e alla sapienza povera: “purpette” di alici e pane raffermo al limone, adagiate in un guazzetto alla piattella con foglie di cappero, memoria delle conserve casalinghe e del mare raccolto in una ciotola. A chiudere, un dessert spiazzante e seducente: pannacotta al peperone crusco, profumata al basilico, con nocciole caramellate a suggerire la dolcezza balsamica delle colline in estate.





La terrazza del Caruso con il suo panorama di fama mondiale e la luna di fragola si è trasformata palco, soglia e confessionale di sapori. Le Ditirambo Nights però non si accontentano di un bel piatto. Vogliono raccontare, contaminare, restituire dignità e luce a chi la materia la lavora con mani vive. È un elogio all’identità attraverso la lente dell’alta cucina, ma senza snobismo: qui si mangia la terra, il mare e la melodia segreta dei noccioleti.

E allora che resti memoria. Che questa serata sia una delle tante candele accese in questa lunga processione chiamata Mediterraneità. La prossima, il 2 luglio. Poi ancora il 9 agosto. Le Ditirambo Nights non finiscono: si insinuano in un respiro profondo che è partito da Ravello e ha attraversato il Salernitano, portando con sé il profumo delle nocciole, il vento salato di Cetara, il crepitio del crusco. E il battito sotterraneo di una terra che non smette mai di raccontarsi.
Ho visto il mare fermarsi. L’ho visto da poco. Era tutto chiuso in un punto. Tra la risacca e il bando per la prossima tempesta. L’ho visto seduto. L’incavo del piatto accogliente come un trono, premiante come il riposo dopo lunga fatica. Sono venute colline e terra a fargli visita. Una chiacchierata di dosi e polveri, pizzichi di quanto basta. Ho visto il mare fermarsi. Al suo prossimo viaggio, non avrà più lo stesso sapore. E la salsedine sarà miele. DI EMILIA FILOCAMO
