Dall’aperitivo al dessert, tra le terrazze dell’Hotel Due Torri a Maiori, dove la Costiera diventa esperimento e sogno, cocktail e memoria, arte e racconto

Qui dove il mare luccica e tira forte il vento…
Nemo propheta in patria est, si dice, Maiori e la Costiera Amalfitana tutta non fanno eccezione. È ancora troppo lenta, distratta, nel riconoscere chi con umiltà e professionalità ha saputo elevarla a qualcosa di più di una semplice meta da cartolina. Però è anche vero che chi ama profondamente la propria terra sa riconoscere quando viene amata a sua volta. E a Maiori, nella cornice affacciata sul blu dell’Hotel 4 Stelle Lusso Club Due Torri, c’è una casa che profuma di eleganza, professionalità e visione: è quella delle sorelle Citarella, dove l’accoglienza ha il calore sincero della famiglia e l’eccellenza di chi costruisce valore vero, ogni giorno, senza clamori. Nadia e Anna Citarella sanno cosa significa custodire un territorio, farne vocazione e visione. Ed è così che tra la terrazza cocktail lounge Cinquanta con Vista e il ristorante fine dining Oltremare, ogni respiro si fa esperienza totale, immersione in un sogno che ha il sapore di azzurro sconfinato.
Nel cielo sospeso tra mare e limone, il Cinquanta Spirito Italiano, icona di mixology nata a Pagani dall’intuito di Alfonso Califano e Natale Palmieri, e diventata qui tappa imprescindibile per l’aperitivo d’autore in Costiera, racconta la contemporaneità liquida dei sensi. L’esperienza al rooftop nata ad aprile 2025, sotto la guida del resident bar manager Davide Mammato affiancato da Emanuele Primavera e Marzio Bifulco al banco, assieme ad Erika Pignataro al servizio, è un rituale raffinato, un saluto al sole con le mani piene di vento. Atardecer è il tramonto che si beve: gin Raw, Cicerenella, tè verde, anice, spezie e mandarini, il tutto che richiama una sinfonia di luce che cala dietro il Capo di Conca. E poi il Bramble di Sofia, col suo Tanqueray n° Ten, ratafià Rossi, popcorn al burro e frutti rossi: salato, affumicato, dolce, fruttato, secco… qui il cielo non lo si guarda, lo si assapora.




Dalla quarta dimensione al piatto il passo è breve, e la regia passa nelle mani dello chef Alfonso Crisci, artista del gusto, raffinato conoscitore di tecniche e materie, mente brillante al servizio di una cucina che è contemporaneità edibile. Menzionato nelle più alte guide di settore, tra cui la Michelin, è affiancato in sala dal competente e raffinato restaurant manager Enzo D’Amato e da un team tutto al femminile capitanato dalla professionista Antonella Gaito. Il benvenuto è già una dichiarazione poetica di intenti: cestino di frolla sablée , caviale beluga, passion fruit e foie gras, panino al ketchup di lamponi e pomodori, raviolo di porro con tartare di ostriche e maionese delle stesse arricchito da un gel di aceto di mele autoprodotto, scampo in purezza con estrazione cefalica e sua confettura, tacos con peperone essiccato, cipollotto fermentato e crema di avocado: su tutto ancora Atardecer, che qui danza tra i sapori.



Il viaggio continua con tre entrée: una mozzarella di bufala autoprodotta con paté di alici di Cetara, polvere di capperi, doppia crema della mozzarella e olio evo in quantità superiore per dare più sapidità al latticino che ha solleticato il ricordo d’infanzia della classica pizzaiola al tegamino; una sfera di parmigiano con prosciutto d’anatra, glassa di aceto di lamponi, limone fermentato ed erbette; e infine la rivisitazione del borbonico timballo flammand di pasta di Gragnano, in brodo di prosciutto crudo con sablée di formaggio, lardo di Colonnata, mousse di ricotta di bufala e salame, glassa di ristretto di manzo.


pane di semola abbinato all’olio extravergine d’oliva Colle del Corsicano e al burro con limone sfusato amalfitano, grissino alla birra
e cracker ottenuto dal riutilizzo di scorze di parmigiano e pecorino accompagnato da burro di alici di Cetara

Qui il vino che accompagna e scandisce il ritmo è l’Asymmetric Sauvignon Blanc 2023 della Nuova Zelanda, un bianco brillante, verticale, che si apre su note di frutta tropicale, cedro, litchi e fiori di sambuco, con una spinta citrina e una mineralità tagliente che solleva la ricchezza del piatto. Un vino fresco e profondo, marino e vegetale, perfetto per armonizzare il sapido, l’acido e il burroso di queste portate.
Due antipasti come opere d’avanguardia: vongole e seppia in carpaccio con il suo nero in doppia nuance, e poi una piccola riggiola di scampi e foie gras con glassa di lampone e camouflage di polveri vegetali. Le sfumature si moltiplicano nel bicchiere successivo: l’Atlantis White Santorini 2020, blend di assyrtiko e varietà autoctone dell’isola greca, figlio di una terra vulcanica che parla con salinità e sole. Qui il vino regala pietra focaia, erbe mediterranee e agrumi canditi, con un finale sapido e lungo, capace di tenere testa sia all’elemento marino sia alla dolcezza del foie gras.



Poi è il momento dei primi: il risotto con crudo di gamberi rossi e gorgonzola, sorprendente, elegante, che gioca sulla profondità del mare e l’umidità del latticino erborinato. In contrasto e dialogo, il successivo: gli spaghetti pomo-d’olio, essenza concentrata di pomodori campani estratta da Crisci in quattro varianti, basilico, cacioricotta e olio evo. L’abbinamento, qui, è doppio: prima il Santorini, poi un calice di Las Cuadras Blanco 2023, un vino biologico catalano della D.O. Costers del Segre, a base di macabeo e garnacha blanca, che porta con sé profumi di mela gialla, fiori secchi, miele d’acacia e fieno, con una struttura ampia e persistente. È il vino dell’orto sotto il sole, del pomeriggio chiaro e aromatico.



I secondi emozionano per struttura e concetto: un baccalà a bassa temperatura servito con salsa ottenuta dalla pancia del pesce, umami di peperone, carpaccio di champignon e fagiolini sbianchiti; e poi il petto d’anatra con verdure leggermente grigliate e tre salse, al peperone, carota e vaniglia ed erbe spontanee. In accompagnamento, il vino più profondo e avvolgente del percorso: D de Dauzac 2022, Bordeaux Supérieur, cabernet sauvignon con una piccola parte di merlot, maturato in botti di rovere francese. Al naso frutti neri, cacao, pepe, grafite e tabacco, in bocca setoso, preciso, dal tannino morbido e raffinato. Un bordeaux moderno, elegante, che accompagna la carne senza sovrastarla, e abbraccia anche la nota vegetale.



Il dessert è pre-dolce e dolce: uno yogurt al mandarino acido con spuma di mandorle e poi un’ode alla pesca su base sablée, con la sua mousse unita al cioccolato bianco, sorbetto e sculture di isomalto. La piccola pasticceria è un’enciclopedia di dolcezza: sablée ai due cioccolati, babà agli agrumi della Costiera, bignè craquelé alla nocciola, cake cioccolato-ciliegia, cioccolatini al fondente, caramello salato e rum e bianco alla vaniglia e menta, cestino al caffè e mascarpone. In abbinamento, l’ultima meraviglia liquida, un amaro nazionale firmato Cinquanta Spirito Italiano, realizzato con carciofo, arancia e caffè, tre elementi che chiudono il cerchio del viaggio: terra, sole e memoria.



Parla poi lo chef Alfonso Crisci, con parole forti e gentili:
“Credo nel recupero. Nel recupero di tecniche antiche, di ingredienti dimenticati, di una stagionalità vera. Ogni piatto è un esercizio di memoria e innovazione: uso strumentazioni d’avanguardia, fermentazioni, concentrazioni, essiccazioni lente… ma tutto parte da un rispetto profondo per la materia e per il territorio. La sostenibilità non è una parola vuota: è non sprecare nulla, è dare nuova vita a ciò che è stato lasciato indietro. È il gesto quotidiano che diventa pensiero.”
E allora viene naturale un appello alla Guida Michelin: è tempo che questo luogo venga riconosciuto per ciò che è, per l’identità che costruisce ogni giorno da quattro anni con fatica e passione, con tecnica e sensibilità. Questa non è semplicemente cucina. È arte contemporanea edibile, materia viva che diventa racconto, colore che si fa sapore, suono che si scioglie sulla lingua. Come direbbe Burri: “La materia diventa forma e la forma diventa memoria.”
Sotto il cielo salato,
tra vetro e limone,
un drink di vento,
un piatto di sogno.
Non resta che bere,
e tacere.
