Il sapore della luce, la forma del tempo: dove cucina, arte e astri si sono incontrati nella seconda delle tre Ditirambo Nights
C’è un punto, sulla Costiera, in cui l’Universo sembra tendere la mano alla Terra. Un punto in cui le stelle non stanno soltanto a guardare, ma sembrano rispondere, ammiccare, scendere a compromessi con i sogni degli uomini. È la terrazza del Caruso, iconico Belmond Hotel a picco sul mare di Ravello. E proprio lì, nella sera del 2 luglio, il cielo non è stato solo un fondale: è diventato scena e protagonista della seconda serata delle Ditirambo Nights.

Il tema era “Stardust” — polvere di stelle, ma anche polvere di spezie, evocazione di altri mondi, suggestioni culinarie e interstellari. Tutto ha ruotato intorno all’incontro fra alta gastronomia, cultura contadina e incanto astronomico. Un rito, più che un evento, che ha visto sfidarsi — in tono giocoso e appassionato — due realtà del Cilento: Michele Ferrante, il “filosofo contadino” di Controne, e l’azienda Funicchito di Ogliastro Cilento specializzata nella lavorazione e trasformazione del fico bianco DOP, rappresentata da Enza Russo, Pasquale Longobardi e Antonio Di Perna.


Una competizione che ha avuto il sapore delle radici e delle altezze, dei fagioli, dei fichi e del peperoncino, delle erbe dimenticate e dei saperi ritrovati.


A orchestrare il dialogo tra ingredienti e costellazioni, la cucina poetica e sensoriale dello chef Armando Aristarco con il “suo secondo” Christian Di Sario, che ha saputo trasformare ogni portata in un corpo celeste: texture impalpabili, profumi che hanno accennato a rotte lontane, giochi di luce e materia come in una nebulosa.
In fondo, anche l’arte e la cucina si somigliano: entrambi si fanno veicolo di visioni, di racconti interiori, di forme e colori che parlano senza parole. Così come un quadro si contempla in silenzio, anche un piatto può commuovere, può evocare un ricordo, un viaggio, un sogno. Le creazioni di Aristarco non sono soltanto da gustare: sono da contemplare. Profumano di visioni, di polveri rare, di quella “stardust” che non è solo polvere, ma traccia, memoria luminosa di qualcosa che c’era prima, e che adesso si trasforma in esperienza. C’è un filo invisibile ma tenace che lega l’arte antica e moderna ai gesti quotidiani della cucina, e scorre tra i piatti come tra le tele, i mosaici, le nebulose.
Gli artisti – pittori, cuochi, osservatori del cielo – plasmano la materia e il senso, componendo visioni che nutrono l’anima prima ancora del corpo.
Una tartare di tonno con melassa e purea di fichi sembra un piccolo quadro astratto, e lo diventa ancor di più se la confrontiamo con Interno rosso o Natura morta su tavolo blu di Matisse del 1947. Qui la vibrazione dei rossi e dei blu si traduce nella carne cruda del tonno, tenera e rossa come un colore saturo, e nel contrasto dolce e profondo del fico, che crea un equilibrio sensuale e decorativo, come nella tela di Matisse dove la natura morta è guizzante e il colore racconta più della forma.

Poi, come un passaggio improvviso in una sinfonia di Braque, un piatto di pasta e fagioli di Controne con tartufi di mare si fa cubismo gastronomico. È una composizione destrutturata della tradizione: il fagiolo tondo e pastoso diventa il corpo dello strumento, il tartufo di mare l’accento metallico e salino, il candeliere che vibra sullo sfondo. Come in Violino e candeliere del 1910, anche qui il reale è ricomposto per evocare, non per rappresentare.

La spigola all’acqua pazza di fichi entra in un’altra dimensione ancora, quasi metafisica. Pesci sacri di Giorgio de Chirico (fine anni Trenta) non mostra pesci, ma enigmi. E così anche la spigola, immersa in un brodo mitico e dolce, si fa offerta mediterranea, sacra e silenziosa, archetipo più che alimento. Il fico, simbolo di abbondanza e soglia, accompagna la cottura lenta come un oracolo antico.

Il gesto contemporaneo di un tiramisù ai fichi e limone, invece, si riflette in un mosaico del IV secolo d.C. della Villa del Casale a Piazza Armerina. Grappoli di fichi stilizzati, eterni segni di fertilità, campeggiano tra tessere di pietra e luce. Il dolce si scioglie in bocca, il mosaico resiste al tempo: ma entrambi raccontano la stessa civiltà mediterranea. Una civiltà che sa che il piacere non è mai solo gusto, ma anche memoria, forma, stratificazione.

Ma la tavola non è stata l’unico teatro della meraviglia. Ai margini dell’iconica piscina a sfioro, veri telescopi hanno tracciato orbite di stupore. Grazie alla collaborazione con l’associazione AstroCampania, gli ospiti hanno potuto vivere un autentico viaggio tra i corpi celesti, guidati dal prof. Giuseppe Ruggiero e dall’astrofotografo Simeone Pendolo. Alle 19.45, la luna è apparsa come un’arancia sospesa, rivelando il suo albume rugoso; poi, alle 20.36, è toccato alle stelle, al contrappunto luminoso del cosmo, brillare in concerto con i calici alzati. E così, come un controcampo naturale a questi gesti della terra e della tavola, tutti hanno alzato lo sguardo verso il cielo. Lì, un altro linguaggio si è manifestato, fatto di luce, distanza e meraviglia. Lo strumento utilizzato è stato un telescopio per astrofotografia, l’Askar FRA 600 f/5.6 con camera raffreddata Asi 2600 mc pro. È con questo occhio artificiale che si catturano scene rare e potenti: come il breve video della Luna, attraversata da nuvole impazienti, che in prima serata hanno disturbato la scena come se fossero sipari in movimento.

L’Ammasso Globulare di Ercole, M13, si è rivelato come un grappolo di stelle raccolto in un punto della costellazione che porta il nome dell’eroe: un nucleo di luce compatta che pare pulsare di memoria cosmica. M57, la Nebulosa Anello, a circa 2.300 anni luce dalla Terra, è ciò che resta dell’atmosfera di una stella simile al nostro Sole, espulsa nelle fasi finali della sua esistenza. Lo scatto, fatto in soli 60 secondi, ne ha conservato la delicatezza evanescente, la forma quasi spirituale.


Infine, M51, la Galassia Vortice, è apparsa come un manifesto cosmico di bellezza e dinamismo. Situata nella costellazione dei Cani da Caccia, a 27 milioni di anni luce da noi, ha mostrato le sue spirali ben definite come braccia danzanti. Ha interagito con una galassia satellite, NGC 5195, che ne ha modellato le curve e stimolato la nascita di nuove stelle. Uno scatto da 300 secondi è stato sufficiente per catturare questa danza gravitazionale, questo abbraccio tra galassie lontane.

Le ballate cilentane del Maestro Angelo Loia e del suo progetto Oiza hanno dato voce alla terra, mentre il cielo si faceva specchio e racconto. È stata una notte in cui tutto si è mescolato: il passato e il futuro, il mito e la scienza, la fatica contadina e l’incanto siderale. Una notte in cui sembrava possibile che da qualche galassia lontana, occhi sconosciuti scrutassero Ravello con la stessa meraviglia con cui noi guardiamo l’Universo.

In fondo, cosa sono le stelle, se non specchi per i desideri? E le Ditirambo Nights, se non una prova che l’emozione è ancora possibile quando cielo, gusto e immaginazione si incontrano?

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